Se quel maledetto libro non fosse andato perduto, le cose sarebbero andate diversamente. Ma il secondo libro della poetica di Aristotele, con le sue pagine avvelenate, è finito tra le fauci del vecchio Jorge da Burgos e poi tutto si è consumato nel rogo dell’abbazia. Così almeno ci racconta Umberto da Bologna, e se lo dice lui, c’è da credergli.
Quel libro parlava della commedia, quindi del comico, che da allora, perduto il suo bel supporto culturale, non ha mai più avuto la stessa dignità del tragico.
Eppure non sono mancati fior di filosofi che hanno provato, con dotte analisi, a ricomporre la situazione. All’inizio del secolo scorso, esattamente nel 1900, Henry Bergson pubblica Le Rire, un saggio sulla comicità, seguito nel 1905 da Sigmund Freud che nella austera Vienna pubblica Il motto di spirito, ed infine Pirandello dà alla luce nel 1908 il saggio L’umorismo. Non male, si direbbe, ma non è bastato. Il drammatico, il tragico, il serio insomma, non hanno ceduto e continuano a sbandierare la loro bella priorità.
Così, dalla letteratura al teatro al cinema, la comicità, la parodia, l’umorismo hanno sempre giocato in serie B . Non ho mai visto un umorista insignito di un premio letterario, o un regista divertente salire sul palco per ricevere la statuetta di un festival.
Eppure castigat ridendo mores ha detto qualcuno a proposito della satira, per ricordarci che spesso le più sottili analisi sociali o le più mirate osservazioni di costume passano o sono passate attraverso la comicità. I nomi si sprecherebbero ed è inutile farli.
E l’arte?
Qui le cose sono andate anche peggio, e quando un elemento di comicità è affiorato nelle opere di artisti anche sommi, subito illustri critici si sono affrettati ad usare parole come provocazione, profanazione o altro. Forse era soltanto umorismo, ma c’era il rischio che l’uso di questa parola avrebbe potuto sminuirne il valore.
Sempre colpa di Aristotele, naturalmente.
Gli esempi non mancano. Penso a quel genio di Duchamp che dipinge i baffi alla Gioconda, penso ai chiodi che spuntano dal ferro da stiro di Man Ray, penso all’irriverenza di tante opere dadaiste, penso alla geniale ironia di Munari, al sarcasmo di Cavellini, alle frasi spiazzanti di Ben e, per arrivare all’oggi, alle false banconote di Bansky o a certe opere di Cattelan.
Ecco! Ridere è lecito, naturalmente non dell’arte, ma con l’arte. Gli artisti ci hanno lasciato un patrimonio immenso di idee, di emozioni, di riflessioni. Ci hanno lasciato in eredità le loro opere, e credo che un modo per ringraziarli, e mantenere vivo il patrimonio, sia quello di provare a guardarle con occhi diversi, di provare a immaginare titoli possibili, accostamenti inconsueti.
Le opere se ne stanno attaccate al muro, nei musei. Noi ci passiamo davanti, le guardiamo, le apprezziamo magari, poi andiamo avanti e tutto finisce lì. Proviamo a staccarle. Proviamo a far entrare il personaggio di un quadro in un altro, proviamo a immaginare di cambiare un paesaggio, proviamo a far dire qualcosa a quel gentiluomo che se ne sta fermo e in silenzio da secoli, proviamo ad attribuire un pensiero alla fanciulla che da un tempo infinito si dondola su un’altalena. Proviamo a renderle vive, queste tele immobili. Proviamo a giocarci.