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Sergio Vanni

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Detto altrimenti

Settembre 25, 2024 by

Sarà capitato anche a voi di avere a che fare con una lettura impegnativa, dove l’occhio scorre lungo le parole e la mente fatica a star dietro ai concetti. Improvvisamente, chiuso il passaggio difficoltoso da una punteggiatura di pausa, ecco arrivare l’ancora inattesa: un bel detto altrimenti che ci fa sperare.

A questo punto ci affidiamo finalmente all’autore e alla nostra capacità di comprensione. La comunicazione e la ricezione si prendono per mano e si tira un sospiro do sollievo. Bene, credo che i quadrini di Sergio Vanni siano proprio questo detto altrimenti che ci alleggerisce il pensiero mentre leggiamo concentrati. Il suo è un detto altrimenti sull’arte, in special modo contemporanea, una piccola storia fatta di immagini e parole, un libro fatto a quadrino dove finalmente facciamo una pausa.

Ci fermiamo a sorridere, o a ridere, dei modi spesso tristi dell’arte e del suo mercato, dei paradossi della moltiplicazione delle immagini, della vanitas di chi studia queste cose. Insomma di quel tutto il mondo è paese che scorre nei riti che attorno all’arte si sono coagulati, nuova religio antropologica. Ridiamo dunque con la commistione dei materiali, alti e bassi, fili di lana, statuine cambiacolore, gusci d’uovo, cannucce e riproduzione di pensieri visivi magistrali. Ma è ovvio che non basta. Poichè se i materiali sono poveri, nel senso di raccolti dal quotidiano (dalle spiagge su cui passeggia in gita, agli animaletti comprati nel negozio di giocattoli dei figli) il meccanismo che li tiene insieme è altamente sofisticato. Ed è il meccanismo che conta, perchè è il pensiero detto altrimenti.

E’ lo stesso ingranaggio che ci consente di guardare la nostra vita di tutti i giorni, quello che ci permette di contenerne le schegge impazzite che entrano ed escono. “Trovare spazio dove spazio non c’è” ha definito l’umorismo Sogyal Rinpoche, un lama tibetano con la faccia sorridente e il nome prezioso. Quello di Vanni è l’interstizio fra un’immagine e l’altra di questa nostra storia visiva e quotidiana. Sono le commessure tra i mattoni che determinano le fughe di un pavimento artistico, un parterre che un po’ impazzito, sinceramente, lo è.

Come sempre il paradosso scardina e ci rende più lucidi, perchè armeggiare con la battuta, anche se visiva, è un mestiere da scrittori e oratori, oltre che da pittori. Scriveva Henri Bergson, da grande penna filosofica qual era, che l’uomo è l’unico animale che può ridere, ma anche che fa ridere. Condensando così tutta l’umanità che c’è in queste due cose e la reciprocità che c’è tra il fare una battuta e il riderne. Ebbene, quel senso di straniamento che spesso abbiamo nelle bianche stanze di musei senza spazio, quelli del non toccare, please, non lo abbiamo di fronte alle piccole scatole che contengono le battute di Vanni. Perchè c’è automaticamente una relazione con quel che vediamo e sentiamo. Il nostro ridere alla frusta della battuta è come se ci facesse toccare con mano l’immagine e l’autore. Nei dovuti modi, si intende (soprattutto per quel che riguarda l’autore), ma è una relazione semplice e primordiale. Quella che ci ha reso sociali per necessità evolutiva. Vanni è un po’ homo faber, che aggeggia da artigiano attorno al fuoco. E’ orgoglioso di esserlo, e noi con lui.

Come è bello ritrovare tutte queste cose nella vita e in una scatoletta di plexiglass, perchè abbiamo bisogno sempre di più di canticchiare storpiando le parole: “ridere senza malinconia….ridere senza più nostalgia…ridere delle follie del mondo…”. Si ride alla battuta, certo, se si conosce quel che c’è sotto. In ogni caso le battute di Vanni non sono mai ingenue, piuttosto sono semplici. Con tutta la difficoltà che questa parola implica.

Marina Cvetaeva affermava che il critico è inquirente e amante del poeta che legge, poichè come queste due figure deve andare all’indietro, verso il primo giorno, in cui c’è già tutto quello che è presente e che verrà. E viceversa. C’è un legame nel tempo che scorre avanti e indietro. Molti anni fa, quando ho conosciuto l’autore, ricordo che disegnava delle magliette. Una sorta di poesia visiva da indossare. Una mi aveva colpito, c’era scritto: “Come è complicato essere semplici”. Pare che l’abbia detto anche Carl Gustav Jung, molti anni prima, sic et simpliciter. Nessuno dei due l’ha mai saputo.

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