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Sergio Vanni

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Autobiografia di un falsario mancato

Ho venti anni ed entro in una galleria d’arte. È la prima volta. Vedo tele tagliate, dame fatte di stoffa e passamanerie, grumi di colore addensati sulla tela. È un piccolo shock. A me, studentello di provincia abituato a campi di grano e carri tirati da buoi, quelle immagini provocano un senso di spaesamento. E di curiosità. Vorrei capire. Così comincio a leggere. Articoli di giornale, saggi. Ci vuole tempo, si sa.

Passano gli anni e quel giovane studentello è diventato un insegnante di lettere in un liceo, che, a fianco degli studi letterari, ha coltivato una attenzione particolare alla storia dell’arte. Oltre a far apprezzare la bellezza di un verso di Leopardi o Montale o il ritmo di una prosa, porto i miei studenti a vedere qualche mostra.

Ma la cosa non finisce lì. Sento crescere in me l’insano desiderio di provarci, di mettermi a rifare le opere che più mi intrigano. Lavorare con le mani mi piace. Mi metto al lavoro e qualcosa viene fuori. Non faccio niente di nuovo, rifaccio solo ciò che ho già visto. Accarezzo l’idea di diventare un falsario. Non per soldi, per carità, ma per il gusto del gioco e, perché no, dell’inganno. Il prestigiatore che tira fuori il coniglio dal cilindro ci inganna, lo sappiamo, ma nello stesso tempo ci diverte. I falsari, quelli bravi, ci affascinano, diciamo la verità. Penso a Eric Hebborn e ai suoi incredibili disegni dei maestri del Rinascimento, o a Han van Meegeren e ai suoi stupefacenti Vermeer.

Ma il sogno svanisce presto. Non ce la faccio. Mi rendo conto dei miei insormontabili limiti tecnici e, perché no, di qualche perplessità morale. Così mi riduco a fare il ladro, mestiere meno nobile e affascinante ma alla mia portata. Rubo immagini di artisti, quelli grandi e famosi ovviamente, perché dei piccoli non è il caso. Così saccheggio a piene mani, da Leonardo e Michelangelo fino ad arrivare a quelli vicini a noi, Cattelan, per esempio, o Damien Hirst. Un po’ goffamente, l’ho già detto che non ho le qualità per falsificare, li riproduco in piccoli formati.

Qui finisce la prima parte del mio lavoro, ma siccome sono un ladro sì, ma gentiluomo, li restituisco corredati da una battuta che li ironizza ma nello stesso tempo li rende più umani, più vicini. Ecco, questa è la seconda parte. Da vecchio professore di letteratura uso e sfrutto quella che è stata la componente essenziale della mia vita: la parola.

La parola mi ha incantato, mi ha stupito, mi ha coinvolto e be’, diciamola tutta, mi ha dato da vivere. Quindi alle immagini aggiungo parole. Lo scopo? Portare nel mondo dell’arte, troppo spesso algido, criptico, autoreferente, spocchioso, inaccessibile un tocco di leggerezza, di ironia e, perché no, un sorriso.

Testi

Sarà capitato anche a voi di avere a che fare con una lettura impegnativa, dove l’occhio scorre lungo le parole e la mente fatica a star dietro ai concetti. Improvvisamente, chiuso il passaggio difficoltoso da una punteggiatura di pausa, ecco arrivare l’ancora inattesa: un bel detto altrimenti che ci fa sperare.

A questo punto ci affidiamo finalmente all’autore e alla nostra capacità di comprensione. La comunicazione e la ricezione si prendono per mano e si tira un sospiro do sollievo. Bene, credo che i quadrini di Sergio Vanni siano proprio questo detto altrimenti che ci alleggerisce il pensiero mentre leggiamo concentrati. Il suo è un detto altrimenti sull’arte, in special modo contemporanea, una piccola storia fatta di immagini e parole, un libro fatto a quadrino dove finalmente facciamo una pausa.

Ci fermiamo a sorridere, o a ridere, dei modi spesso tristi dell’arte e del suo mercato, dei paradossi della moltiplicazione delle immagini, della vanitas di chi studia queste cose. Insomma di quel tutto il mondo è paese che scorre nei riti che attorno all’arte si sono coagulati, nuova religio antropologica. Ridiamo dunque con la commistione dei materiali, alti e bassi, fili di lana, statuine cambiacolore, gusci d’uovo, cannucce e riproduzione di pensieri visivi magistrali. Ma è ovvio che non basta. Poichè se i materiali sono poveri, nel senso di raccolti dal quotidiano (dalle spiagge su cui passeggia in gita, agli animaletti comprati nel negozio di giocattoli dei figli) il meccanismo che li tiene insieme è altamente sofisticato. Ed è il meccanismo che conta, perchè è il pensiero detto altrimenti.

E’ lo stesso ingranaggio che ci consente di guardare la nostra vita di tutti i giorni, quello che ci permette di contenerne le schegge impazzite che entrano ed escono. “Trovare spazio dove spazio non c’è” ha definito l’umorismo Sogyal Rinpoche, un lama tibetano con la faccia sorridente e il nome prezioso. Quello di Vanni è l’interstizio fra un’immagine e l’altra di questa nostra storia visiva e quotidiana. Sono le commessure tra i mattoni che determinano le fughe di un pavimento artistico, un parterre che un po’ impazzito, sinceramente, lo è.

Come sempre il paradosso scardina e ci rende più lucidi, perchè armeggiare con la battuta, anche se visiva, è un mestiere da scrittori e oratori, oltre che da pittori. Scriveva Henri Bergson, da grande penna filosofica qual era, che l’uomo è l’unico animale che può ridere, ma anche che fa ridere. Condensando così tutta l’umanità che c’è in queste due cose e la reciprocità che c’è tra il fare una battuta e il riderne. Ebbene, quel senso di straniamento che spesso abbiamo nelle bianche stanze di musei senza spazio, quelli del non toccare, please, non lo abbiamo di fronte alle piccole scatole che contengono le battute di Vanni. Perchè c’è automaticamente una relazione con quel che vediamo e sentiamo. Il nostro ridere alla frusta della battuta è come se ci facesse toccare con mano l’immagine e l’autore. Nei dovuti modi, si intende (soprattutto per quel che riguarda l’autore), ma è una relazione semplice e primordiale. Quella che ci ha reso sociali per necessità evolutiva. Vanni è un po’ homo faber, che aggeggia da artigiano attorno al fuoco. E’ orgoglioso di esserlo, e noi con lui.

Come è bello ritrovare tutte queste cose nella vita e in una scatoletta di plexiglass, perchè abbiamo bisogno sempre di più di canticchiare storpiando le parole: “ridere senza malinconia....ridere senza più nostalgia...ridere delle follie del mondo...”. Si ride alla battuta, certo, se si conosce quel che c’è sotto. In ogni caso le battute di Vanni non sono mai ingenue, piuttosto sono semplici. Con tutta la difficoltà che questa parola implica.

Marina Cvetaeva affermava che il critico è inquirente e amante del poeta che legge, poichè come queste due figure deve andare all’indietro, verso il primo giorno, in cui c’è già tutto quello che è presente e che verrà. E viceversa. C’è un legame nel tempo che scorre avanti e indietro. Molti anni fa, quando ho conosciuto l’autore, ricordo che disegnava delle magliette. Una sorta di poesia visiva da indossare. Una mi aveva colpito, c’era scritto: “Come è complicato essere semplici”. Pare che l’abbia detto anche Carl Gustav Jung, molti anni prima, sic et simpliciter. Nessuno dei due l’ha mai saputo.

Cosimo Piovasco di Rondò, il giovane protagonista del romanzo di Italo Calvino Il Barone Rampante, sale un giorno su un albero a causa di un litigio con il padre, e decide di non scendere più. Appollaiato sull’albero trascorrerà la sua vita. Cosimo, con quel gesto di ribellione, cambia il punto di vista, vede le cose da un’angolazione nuova.

Ecco, partirei da qui: il punto di vista.

E’ noto che un’opera d’arte può essere letta in modi diversi, tutti leciti e possibili. Possiamo darne una lettura puramente formale, o politica, o sociologica, o psicanalitica o quant’altro. Io ho scelto l’ironia, è quello il mio albero, il punto di vista dal quale osservare artisti classici, moderni, contemporanei, e con loro le opere.

L’operazione è semplice: si ripropone un’opera d’arte partendo a volte dall’uso brutale di una fotocopia per arrivare fino al rifacimento, maniacale per uso dei materiali e composizione stilistica e formale di un originale. In questo modo posso dar sfogo alla mia passione per il lavoro manuale, artigianale, e avvertire la gioia di manipolare legni, metalli, spaghi, e tutta la infinita varietà di materiali che gli artisti hanno usato. Quando l’opera è finita, in modo più o meno vicino all’originale, aggiungo una battuta, un mot d’esprit, un calembour, che trasporta l’immagine nella zona dell’ironia.

Così un taglio di Fontana ricucito porta la scritta Errata Corrige, la faccia di Clint Eastwood innestata sul corpo del ritratto di Adele Bloch Bauer di Klimt diventa Klimt Eastwood, un uovo che occhieggia da una plastica bruciata diventa un Uovo al Burri. Questo per fare qualche esempio.

In questa operazione non esiste critica, non c’è giudizio, solo il piacere di guardare il mondo dell’arte da una angolazione diversa, di far diventare le opere protagoniste di un gioco e di togliere l’arte da quella gabbia seriosa e criptica nella quale spesso è confinata. So bene che l’ironia è materiale pericoloso e so bene che gli illuminati saggi di scrittori e filosofi come Freud, Bergson, Pirandello in difesa dell’umorismo non sono bastati a porre il comico sullo stesso piano del drammatico, ma va bene così. A me piace ridere con l’arte, e non dell’arte, ci mancherebbe. Perchè ridere è liberatorio, e spesso è il mezzo per entrare in contatto con opere che risultano ostiche, lontane, misteriose. Perché ridere è un atto d’amore.

Quando Eddie Valiant chiede a Jessica Rabbit: “Ma cosa ci trovi in quel tipo?”, e naturalmente parla di Roger, il coniglio, lei gli risponde: ”Mi fa tanto ridere”. Credo sia la più bella dichiarazione d’amore della storia del cinema.

Ecco, questo è lo spirito che anima il mio lavoro. Riuscire a strappare un sorriso a coloro che guardano le mie operine, e ad avvicinare lo spettatore ad un mondo che forse fino ad allora riteneva inaccessibile. Tutto questo grazie all’ironia.

Giorgio Manganelli ha detto che l’ironia è l’espediente per prendere alle spalle gli dei. Nell’Olimpo dell’arte strani dei si aggirano. Il dio della critica, oscuro e terribile, il dio del mercato, avido e insaziabile, il dio della vanità, forse il peggiore. Nello scontro con l’ironia nessuna di queste divinità potrà cavarsela.

Se quel maledetto libro non fosse andato perduto, le cose sarebbero andate diversamente. Ma il secondo libro della poetica di Aristotele, con le sue pagine avvelenate, è finito tra le fauci del vecchio Jorge da Burgos e poi tutto si è consumato nel rogo dell’abbazia. Così almeno ci racconta Umberto da Bologna, e se lo dice lui, c’è da credergli.

Quel libro parlava della commedia, quindi del comico, che da allora, perduto il suo bel supporto culturale, non ha mai più avuto la stessa dignità del tragico.

Eppure non sono mancati fior di filosofi che hanno provato, con dotte analisi, a ricomporre la situazione. All’inizio del secolo scorso, esattamente nel 1900, Henry Bergson pubblica Le Rire, un saggio sulla comicità, seguito nel 1905 da Sigmund Freud che nella austera Vienna pubblica Il motto di spirito, ed infine Pirandello dà alla luce nel 1908 il saggio L’umorismo. Non male, si direbbe, ma non è bastato. Il drammatico, il tragico, il serio insomma, non hanno ceduto e continuano a sbandierare la loro bella priorità.

Così, dalla letteratura al teatro al cinema, la comicità, la parodia, l’umorismo hanno sempre giocato in serie B . Non ho mai visto un umorista insignito di un premio letterario, o un regista divertente salire sul palco per ricevere la statuetta di un festival.

Eppure castigat ridendo mores ha detto qualcuno a proposito della satira, per ricordarci che spesso le più sottili analisi sociali o le più mirate osservazioni di costume passano o sono passate attraverso la comicità. I nomi si sprecherebbero ed è inutile farli.

E l’arte?

Qui le cose sono andate anche peggio, e quando un elemento di comicità è affiorato nelle opere di artisti anche sommi, subito illustri critici si sono affrettati ad usare parole come provocazione, profanazione o altro. Forse era soltanto umorismo, ma c’era il rischio che l’uso di questa parola avrebbe potuto sminuirne il valore.

Sempre colpa di Aristotele, naturalmente.

Gli esempi non mancano. Penso a quel genio di Duchamp che dipinge i baffi alla Gioconda, penso ai chiodi che spuntano dal ferro da stiro di Man Ray, penso all’irriverenza di tante opere dadaiste, penso alla geniale ironia di Munari, al sarcasmo di Cavellini, alle frasi spiazzanti di Ben e, per arrivare all’oggi, alle false banconote di Bansky o a certe opere di Cattelan.

Ecco! Ridere è lecito, naturalmente non dell’arte, ma con l’arte. Gli artisti ci hanno lasciato un patrimonio immenso di idee, di emozioni, di riflessioni. Ci hanno lasciato in eredità le loro opere, e credo che un modo per ringraziarli, e mantenere vivo il patrimonio, sia quello di provare a guardarle con occhi diversi, di provare a immaginare titoli possibili, accostamenti inconsueti.

Le opere se ne stanno attaccate al muro, nei musei. Noi ci passiamo davanti, le guardiamo, le apprezziamo magari, poi andiamo avanti e tutto finisce lì. Proviamo a staccarle. Proviamo a far entrare il personaggio di un quadro in un altro, proviamo a immaginare di cambiare un paesaggio, proviamo a far dire qualcosa a quel gentiluomo che se ne sta fermo e in silenzio da secoli, proviamo ad attribuire un pensiero alla fanciulla che da un tempo infinito si dondola su un’altalena. Proviamo a renderle vive, queste tele immobili. Proviamo a giocarci.

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